La Costituzione prêt-à-porter

Pensieri su diritti, istituzioni e vita quotidiana 

 

Chi sono 

Carla Bassu, sassarese, studio e insegno il diritto pubblico comparato. Figlia, sorella, moglie e mamma orgogliosa, inseparabile dal fedele Fiji. Sportiva praticante, credo nel valore dello sport come terreno di miglioramento e sana competizione con sé stessi, prima che con gli altri. Globe-trotter precoce e lettrice vorace, conservo e coltivo la curiosità dell’infanzia. Militante delle libertà fondamentali e appassionata sostenitrice delle battaglie per le pari opportunità, aspiro a crescere mia figlia libera dagli stereotipi e consapevole che tutto si può fare.



Se 730000 euro vi sembrano pochi

La bolletta astronomica ricevuta dalla comunità di San Patrignano rischia di imporre la chiusura di interi settori della struttura, mettendo a rischio molte delle attività che coinvolgono le ragazze e i ragazzi impegnati in un percorso di recupero.

Tante sono le realtà che rischiano il tracollo a causa del costo stratosferico dell’energia e tutte meritano sostegno, ma i casi di organizzazioni che svolgono importanti funzioni sociali - come chi opera nel terzo settore o gli impianti sportivi, veri e propri luoghi di benessere psicofisico per bambini e adulti, in cui spesso si svolgono importanti pratiche di riabilitazione e integrazione sociale - colpiscono in modo particolare.

L’esempio di San Patrignano è significativo: superate le controversie del passato, oggi la comunità ospita gratuitamente 700 persone con problemi di dipendenza, seguite da 225 tra dipendenti e collaboratori volontari. Si tratta di una impresa sociale, suddivisa in quaranta comparti formativi che per funzionare hanno bisogno di energia.

Pensare che un percorso di recupero di per sé difficile possa essere interrotto per il costo del gas è insopportabile. Chi, schiavo di una dipendenza, grazie al lavoro scopre o ritrova capacità e ruolo sociale, coltiva un talento e nutre autostima rischia che una bolletta insostenibile impedisca il compimento della riabilitazione. Non è accettabile.

Occorre trovare subito una soluzione e una corsia preferenziale deve essere garantita a esperienze che contribuiscono letteralmente a tenere in piedi il tessuto della società, operando come strumenti dello Stato sociale, veicoli di quel principio di solidarietà che è pilastro della nostra Costituzione.

L’invocazione di aiuto di San Patrignano, che negli anni ha accolto più di 26mila persone e convertito 4mila anni di pene detentive in percorsi alternativi al carcere, con una percentuale di recupero del 72%, al pari di quella di altre associazioni di volontariato e di chiunque svolga una funzione di sostegno sociale deve essere raccolta subito. In generale è importante valorizzare chi, in attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale che ispira il nostro ordinamento, agisce a sostegno dell’attore pubblico nello svolgimento di attività di assistenza e supporto sociale in diversi comparti essenziali che la Repubblica, nella persona di Comuni, Province, Città metropolitane e Stato non riesce a sostenere. Accade che spesso queste attività meritorie sopravvivono in prevalenza grazie ad autofinanziamento o al sostegno delle famiglie, mentre dovrebbe essere cura e premura dell’attore pubblico dare risalto e potenziare il supporto concreto di chi lavora per il bene comune assumendo su di sé funzioni preziose di interesse collettivo.

 Carla Bassu, 29 settembre 2022

Il lavoro fa la differenza

Rassegnazione e disincanto non portano da nessuna parte e non fanno per noi; solo lavorando con serietà e abnegazione si ottengono risultati.
Secondo la Costituzione la Repubblica ha il dovere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che compromettono l’eguaglianza e impediscono la realizzazione personale. Ed è in questo senso che intendo impegnarmi:
✅ ridurre diseguaglianze insopportabili e colmare il gap di opportunità che penalizza il Nord Sardegna;
✅ valorizzare chi lavora e contribuisce a migliorare il territorio anche creando nuovo lavoro, dignitoso, gratificante ed in linea con le esigenze dell’ambiente.
✅ proteggere l’ambiente violentato da decenni di abusi, per consegnarlo integro alle nuove generazioni: è un dovere.
✅ allo stesso modo non bisogna cedere sui diritti, che devono essere consolidati ed estesi, riconosciuti a chi è discriminato irragionevolmente.
L’agenda del governo che verrà dipende da noi   

Dopo il repentino scioglimento delle Camere e l’annuncio di elezioni anticipate siamo chiamati a votare in autunno, per la prima volta nell’Italia Repubblicana, al termine di una campagna che si preannuncia rovente sotto tutti i punti di vista. Si parla di alleanze da formarsi sulla base della condivisione di una “agenda”, termine dal dolce richiamo latino che nel contesto attuale si dovrebbe tradurre con un più prosaico e fuori moda “programma politico”. Di questo infatti si tratta: le forze partitiche che dialogano per definire coalizioni più o meno elettorali lo fanno sulla base di obiettivi concreti che si intende realizzare qualora si conquisti la maggioranza parlamentare utile a sostenere un governo.

Che si chiami “Draghi”, “Meloni”, “sociale”, “europeista”, “sovranista”, “populista”; che sia verde, rossa, azzurra o gialla qualsiasi agenda politica sottoposta al giudizio elettorale dovrebbe contenere punti precisi, chiari, di immediata comprensione per i cittadini e le cittadine che sulla base di questi elementi dovrebbero effettuare una scelta ponderata. La predeterminazione del programma politico, sottoscritto dalle forze che si presentano congiunte alle elezioni, consente non solo l’espressione di un voto consapevole, ma pone anche i cardini per il richiamo alla coerenza nel corso del mandato. Soprattutto, è sulla base delle linee guida e degli obiettivi stabiliti in sede programmatica che in corso e a fine legislatura si può verificare e valutare l’operato di chi si impegna a traghettare il Paese in una direzione o in un’altra.

È la responsabilità politica, baby, ed è il valore aggiunto della democrazia: inestimabile.

In questa particolare fase storico politica un programma di governo dovrebbe avere un contenuto necessario. Nello specifico, per esprimere una preferenza penso si debba aver chiara la posizione dei diversi schieramenti in merito ad alcuni aspetti imprescindibili,

1)   Diritti civili e sociali: ampliare la sfera dei diritti individuali? SI o NO, come e quanto?

2)   Transizione ecologica e impegno green? SI o NO, come e quanto?

3)   Scenario internazionale: atlantisti? Putinisti? Pacifisti senza se e senza ma?

4)   Politiche sociali e del lavoro: assistenzialisti? Quali strumenti per promuovere l’impiego e adeguare i salari?

5)   Politiche fiscali e visione dello Stato: liberali? Più Welfare per tutti? Liberisti?

La lista naturalmente è personale, flessibile e formulabile a piacere, a seconda delle priorità e delle sensibilità specifiche e forse sarebbe opportuno che ogni elettore ed elettrice compilasse la propria per verificare i punti di convergenza o la distanza degli schieramenti politici in gara. Ancora, sarebbe importante serbare con cura il nostro elenco e dopo le elezioni, nel corso della legislatura, rispolverarlo per osservare l’andamento e, perché no, chiederne conto a chi viene eletto o legittimato a governare. Perché il legame tra rappresentante e rappresentato non si rompe una volta chiusi i seggi ma – al pari del rapporto fiducia tra Parlamento e Governo, che non è solo iniziale ma deve essere conservato come presupposto essenziale alla permanenza in carica dell’esecutivo – dovrebbe resistere ed essere confermato e ravvivato fino alla tornata elettorale successiva.

Questo aspetto a volte tende a essere trascurato per soffermarsi sui doveri e le mancanze degli eletti, ma la responsabilità è anche di chi vota e l’orientamento della nostra democrazia, nel prossimo futuro, senza retorica, dipende soprattutto di chi sceglie.

Carla Bassu, 30 luglio 2022 

Diritti reversibili e libertà faticose. Lezioni americane: dall’aborto all’astensionismo, libertà è partecipazione


La sentenza con cui la Corte Suprema USA ha contraddetto il celebre precedente Roe v. Wade che ancorava alla privacy il diritto di interruzione di gravidanza, stabilendo un limite alla ingerenza pubblica nella sfera di autodeterminazione individuale delle donne (caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, 24 giugno 2022) ha scosso l’opinione pubblica internazionale.

La notizia, giunta dopo la di per sé eclatante indiscrezione su una bozza di opinione del giudice Alito che rivelava l’intenzione della Corte, si colloca in buona compagnia alla voce «tutto può succedere» insieme con l’annuncio di Brexit, la pandemia e qualche surreale esito elettorale. Dovremmo essere dunque abituati a eventi imponderabili che incidono sulla integrità della sfera dei diritti che credevamo perfetta e inscalfibile perché protetta dallo scudo di democrazie consolidate, ma continuiamo a stupirci.

Con riguardo alla pronuncia della Corte Suprema, senza volerne in alcun modo sminuire la portata, mi soffermo sul dato tecnico per specificare che si tratta di una decisione di grande impatto soprattutto dal punto di vista del modello di federalismo e della interpretazione dello stare decisis nel sistema di common law. La Corte, infatti, invia un segnale potente a favore del riconoscimento agli Stati di ampia scelta discrezionale anche rispetto a diritti individuali che da più di cinquanta anni erano riconosciuti a livello federale e sottratti alla disponibilità degli Stati. Ancora, rileva il ricorso all’overruling – una delle possibilità previste per superare il precedente vincolante, che costituisce ancora il principale principio ordinatore degli ordinamenti di common law – che ha consentito di ribaltare la posizione assunta in precedenza. Dal punto di vista strettamente giuridico, dunque, l’impatto di questa sentenza è forte rispetto alla articolazione dei poteri tra centro e periferia in un sistema di federalismo esemplare quale quello statunitense e nell’ottica della concezione del common law.

E i diritti delle donne? L’autodeterminazione? L’aborto?

Fermandosi al dato formale, fatta eccezione per alcuni opinabili giudizi di valore rispetto alla interruzione di gravidanza, la Corte non fa perno sul diritto sostanziale di scelta delle donne sul proprio corpo anche se – a tutti gli effetti – di questo si parla ed è questo che rischia di essere gravemente compromesso in larga parte del territorio nazionale, in cui norme restrittive sono già in atto o in procinto di entrare in vigore.

Le riflessioni suscitate da questa e altre recenti pronunce sono molte e di sistema, a partire dal grado di politicizzazione e polarizzazione del vertice del sistema giudiziario USA. Ci si interroga sull’opportunità di rivedere il sistema di nomina, composizione e durata dei giudici supremi; sulla strumentalizzazione dei casi giudiziari; sulla valorizzazione dell’autonomia statale in controtendenza rispetto al passato, soprattutto con riguardo ai diritti; sulla separazione dei poteri e sull’annosa questione della democraticità del judicial review of legislation.

Torna alla mente un libro di Robert Dahl, suggestivo fin dal titolo: «How democratic is the American Constitution?» chiede l’autore dalla copertina e rispondere oggi più che mai si rivela difficile e amaro. A maggior ragione perché la stessa domanda può essere estesa a tutte le democrazie stabilizzate, suscitando le medesime perplessità.

La tentazione di lasciarsi trascinare dal disfattismo, raffigurando scenari apocalittici di crisi e regressione democratica c’è e può essere forte. Ma un’analisi lucida e prospettica rivela il segreto della democrazia americana che vive e resiste grazie all’articolato sistema di pesi e contrappesi che consentono ai poteri pubblici di controllarsi e limitarsi a vicenda.

La lezione che traiamo di fronte alla inversione a U della Corte Suprema USA sull’aborto è che i diritti non sono conquiste ottenute una volta per sempre. La libertà, come tutto nella vita, va curata, coltivata, monitorata e protetta affinché possa conservarsi integra e perpetuarsi. Le prerogative individuali e collettive che oggi diamo per scontate e rivendichiamo sono il frutto di lotte strenue combattute dalle generazioni che ci hanno preceduto e abbiamo il dovere e la responsabilità di attivarci per preservarle intatte e potenziarle ulteriormente.

I mezzi ci sono e passano attraverso la partecipazione politica.

Con riguardo all’aborto negli USA, per esempio, la mai troppo rimpianta Justice Ruth Bader Ginzburg aveva messo in dubbio la forza della sentenza Roe v. Wade come pilastro giuridico federale in materia e l’orientamento della maggioranza dei suoi colleghi oggi in carica le da ragione. Senza soffermarci (eppure tanto ci sarebbe da dire…) sulle ragioni e le scelte che hanno portato all’attuale formazione della Corte Suprema, è innegabile che la sentenza in commento assesta un duro colpo ai diritti delle donne ma non è una ferita mortale. Ho impressa, in questo senso, la lezione di un grande maestro di tennis che a fronte della frustrazione impetuosa da errore e sconfitta mi ha insegnato che lo sport è una scala, inciampare è fisiologico e solo chi sa sollevarsi e dopo essere caduto insiste e persiste può arrivare in cima.

La scala dei diritti è infinita e irta di ostacoli. La Corte Suprema, smentendo Roe v. Wade ha sbarrato una strada ma le vie non sono certo finite. Il diritto alla autodeterminazione delle donne anche rispetto alla gravidanza può passare dalla porta principale, ovvero quella del Congresso federale e i rappresentanti hanno l’opportunità di elaborare una normativa organica e garantista, coerente con il grado di riconoscimento dei diritti necessario affinché una democrazia possa essere definita tale.

L’indignazione che spontaneamente e trasversalmente è stata espressa da larghe fasce di popolazione rispetto alla decisione della Corte Costituzionale non è fine a sé stessa ma dovrebbe canalizzarsi in pressione politica da esercitarsi a partire dalle urne elettorali.

Ecco cosa c’entra l’aborto con l’astensionismo. I diritti si rivendicano, si pretendono, si normano. Non ci sono diritti senza partecipazione.

Carla Bassu, 29 giugno 2022

La (troppo) lenta fine della pena di morte negli Usa

«Molla chi boia» (Infinito edizioni, 2021) è il bel saggio che Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International, dedica al rendiconto dettagliato della pena capitale negli Stati Uniti d’America. Come essere umano sono grata ad Amnesty International per l’azione costante e implacabile di monitoraggio, allerta, denuncia e difesa dei diritti umani su moltissimi fronti. «Molla chi boia» è un libro necessario, prezioso perché richiama l’attenzione su una enclave che manifesta una concezione di giustizia arcaica nel mondo occidentale. Una incursione della legge del taglione che tanto ci scandalizza quando operata in realtà lontane e viste con distacco e sospetto e che viene di fatto accettata/ tollerata da alcuni, fortemente sostenuta da altri – nella più antica democrazia liberale.

Noury ci regala una fotografia fedele della situazione delle esecuzioni capitali degli Stati Uniti. Con rigore e sobrietà riporta dati inquietanti rispetto alla diffusione e alle condizioni in cui viene praticata la pena capitale, rivelando aspetti dolorosi, insopportabili per chi crede nella inderogabilità del primato della dignità umana.

Per descrivere il senso della Costituzione mi piace citare una immagine di Gustavo Zagrebelski, secondo me profondamente evocativa ed efficace: «La Costituzione è ciò che ci siamo dati da sobri, da valere quando siamo malati» e per spiegare il senso di questa frase ricorro proprio all’esempio della pena di morte che trovo aberrante, una barbarie incompatibile con l’ordinamento democratico e con la civiltà moderna. Eppure, se qualcuno osasse fare del male a mia figlia, a mio marito, a mia sorella, ai miei genitori, alla mia amica, al mio cane…ebbene so che gli/le augurerei il peggio ma sarebbe l’ubriachezza del mio animo devastato a parlare e la Costituzione, le regole della democrazia servono proprio a sottrarre all’ebrezza irrazionale dell’essere umano situazioni che devono essere lette e regolate con la lucidità del diritto e, mi spingo a usare questa parola grande, della giustizia.

Questo non ha niente a che fare con il buonismo né implica impunità. I colpevoli di ogni reato devono essere perseguiti, processati e puniti in misura proporzionale, equa e rispettosa della dignità umana.

La pena di morte non solo è inumana ma è inutile. È dimostrato che non ha effetti di deterrenza, nè aiuta le vittime: Noury lo ribadisce in più punti nel testo, portando evidenze a supporto di questa tesi che non è teorica ma sostenuta da dati ormai stratificati nel tempo e coerenti. Particolarmente eloquente in questo senso è la testimonianza di Brooks Douglass, ex senatore dell’Oklaoma che da adolescente fu vittima di una tragedia familiare (due malviventi si introdussero in casa, violentarono la sorella dodicenne di fronte al resto della famiglia, poi spararono a tutti uccidendo i genitori. I due figli sopravvissero, con le conseguenze devastanti che si possono immaginare. Ebbene, i responsabili di questo eccidio furono trovati (solo uno di loro condannato a morte) e Douglass racconta che la sorella assistette all’esecuzione del suo carnefice ma uscì dall’esperienza prostrata e ancora più piena di odio.

Nel libro viene accuratamente descritta la geografia degli Stati che ancora prevedono la pena di morte, c’è un interessante parallelismo con le realtà che propongono norme estremamente restrittive sul diritto di interruzione di gravidanza e che sono ora protagonisti nella vicenda della revisione della celebre sentenza Roe v. Wade. Questo dato evidenzia la strumentalizzazione politica della pena di morte e di altre tematiche eticamente sensibili. Noury racconta come nemmeno durante la pandemia le esecuzioni si sono fermate e sottolinea elementi che non possono non indignare: errori giudiziari e innocenti mandati a morte; condannati con storie personali terribili, con conclamati problemi psichici; addirittura esperimenti sugli esseri umani, con l’utilizzo di farmaci non idonei. Sono tante le  violazioni dei diritti umani che si compiono nel braccio della morte.

La pena di morte è in sintesi una vendetta di Stato incompatibile con i principi del costituzionalismo e Riccardo Noury ce lo ricorda in modo sobrio e puntuale; mi unisco a lui e ai tanti che invocano la fine repentina e irreversibile di una pratica non degna di un ordinamento democratico.

Carla Bassu, 29 maggio 2022