La Costituzione prêt-à-porter

Pensieri su diritti, istituzioni e vita quotidiana 

 

Chi sono 

Carla Bassu, sassarese, studio e insegno il diritto pubblico comparato. Figlia, sorella, moglie e mamma orgogliosa, inseparabile dal fedele Fiji. Sportiva praticante, credo nel valore dello sport come terreno di miglioramento e sana competizione con sé stessi, prima che con gli altri. Globe-trotter precoce e lettrice vorace, conservo e coltivo la curiosità dell’infanzia. Militante delle libertà fondamentali e appassionata sostenitrice delle battaglie per le pari opportunità, aspiro a crescere mia figlia libera dagli stereotipi e consapevole che tutto si può fare.



Votare per decidere. L’occasione imperdibile delle elezioni cittadine ed europee

Si avvicina il weekend elettorale che attirerà alle urne per rinnovare le amministrazioni di molte città italiane e il Parlamento europeo.

Nei Comuni chiamati al voto la partecipazione è palpapile, tante le liste in competizione e le iniziative di confronto tra candidati e candidate richiamano moltissime persone animate da interesse autentico ad ascoltare per scegliere con cognizione di causa. È rinfrancante registrare l’impegno di giovanissime/i che si mettono in gioco candidandosi per lavorare e cambiare per il meglio, sono una speranza in controtendenza rispetto al trend nazionale di attenzione alla politica e meritano massimo sostegno e fiducia.

Alla base della partecipazione capillare alla competizione elettorale comunale vi è la percezione da parte delle persone dell’importanza del proprio voto e la consapevolezza delle funzioni spettanti a chi guida la città.

Diversa è la situazione per le elezioni europee rispetto alle quali si registra un più tiepido trasporto. Questo perché, a mio parere, non a tutti è ben chiaro il ruolo effettivo che il Parlamento europeo svolge nella dinamica decisionale e il peso che le scelte prese in Europa hanno sulla vita di ciascuno.

Eppure, tra le critiche principali rivolte alla struttura sovranazionale dell’Ue vi è il deficit di democraticità che renderebbe ancora marginale il ruolo della cittadinanza a favore delle leadership nazionali. Le istituzioni europee restano avvolte in un’aura di mistero e fino a quando saranno percepite come luoghi lontani e chiusi, presidiati dai “poteri forti” l’integrazione non riuscirà a fare il salto necessario a completare l’idea originaria di pace, supporto reciproco e promozione del benessere collettivo della comunità.

Il modo più semplice e diretto per varcare la soglia dei Palazzi europei è scegliere con cura e coscienza chi può rappresentare nel modo migliore gli interessi del nostro territorio, portando la nostra voce e le nostre esigenze laddove si decide.

Un’Europa più forte e rappresentativa è una risorsa che potenzia e rende migliore la vita di cittadini e cittadine. Basti pensare ai diritti di cui godiamo in quanto titolari della cittadinanza europea che si associa a quella nazionale: piena libertà di movimento e di stabilimento sullo spazio dell’Unione; protezione diplomatica allargata quando ci troviamo in un Paese extracomunitario; diritto di voto nella città Ue in cui decidiamo di risiedere; accesso a finanziamenti e programmi rivoluzionari come Erasmus o Socrates che hanno letteralmente cambiato la vita di tanti.

La coesione europea è stata cruciale nella fase drammatica della pandemia e il principio di solidarietà può essere fatto valere anche sul piano internazionale solo da istituzioni sostenute da una legittimazione solida.

Da isolana, penso al ruolo determinante che l’Europa può e deve esercitare nel rimuovere gli ostacoli derivanti dall’insularità e garantire i diritti e pari opportunità per cittadini continentali e insulari. È una partita che si gioca tra Strasburgo e Bruxelles e la palla sarà in mano a chi noi assegneremo la maglia l’8 e il 9 giugno.

Perciò è importante informarsi e votare chi ha i requisiti, le competenze e la credibilità per rappresentarci al meglio, al Comune, alla Regione, al Parlamento nazionale e in Europa.

Carla Bassu, 29 maggio 2024

Fascista è chi fascista fa

Perché nel 2024 qualcuno in Italia fatica ancora a dichiararsi pacificamente antifascista?

E allora il comunismo? Si sente spesso replicare. Che problema c’è ad ammettere che i regimi comunisti, dall’Unione sovietica in poi, hanno fallito nell’ideale dichiarato, avvilendo le libertà individuali e risultando incompatibili con il modello di democrazia costituzionale.

La democrazia, pur imperfetta e piena di contraddizioni, è la migliore tra i sistemi di governo sperimentati finora e si pone in netto contrasto con i dettami del fascismo e del socialismo reale.

Come si pretende di andare avanti e coinvolgere le nuove generazioni nella politica sana, rendendole protagoniste del dibattito pubblico, quando si è ancorati a irragionevoli argomenti ideologici che impediscono di prendere posizione su realtà evidenti, acclarate dalla storia e assunte in forma scritta e vivente dalla nostra Costituzione.

Piaccia o no la Repubblica italiana si fonda sull’antifascismo inteso nel senso di rifiuto netto e radicale di forme di limitazione delle libertà individuali e collettive per ragioni politiche o ideologiche e di intrusione nella vita privata dei singoli.

Il fascismo non ammette pluralismo, si basa sulla omologazione e sugli stereotipi (uomo macho capofamiglia, donna angelo del focolare), confonde l’ordine con l’annichilimento delle differenze e non contempla le libertà di espressione individuale, politica, religiosa, linguistica che colorano la nostra democrazia. Il fascismo è monocolore così come il comunismo che, partendo da presupposti diversi, si è tradotto in forme simili di imposizione e compressione della libertà.

La nostra Costituzione è contraria a ogni regime illiberale sia esso di matrice fascista o comunista. Il sillogismo vuole che se si è democratici e liberali non si può essere fascisti, né sovieticamente comunisti, perché entrambe le categorie si pongono come contraddizione in termini rispetto alla democrazia.

I principi democratici sono chiari e contrastano senz’altro con l’esperienza degli Stati comunisti ma le Costituzioni sono documenti storici e quella italiana è storicamente, profondamente antifascista perché scritta da chi (cattolici, liberali, radicali, comunisti) ha vissuto il fascismo sulla propria pelle e aveva la priorità di salvaguardare l’Italia del futuro.

Buon 25 aprile in un’Italia, libera repubblicana e democratica.

Carla Bassu, 25 aprile 2024

In Italia si può chiudere una scuola per Ramadan? Riflessioni tra identità costituzionale e senso pratico

A Pioltello, provincia di Milano, ha suscitato grande clamore la scelta di un’amministrazione scolastica che - esercitando la discrezionalità consentita per gestire in autonomia alcuni giorni del calendario didattico – ha stabilito la chiusura in occasione della celebrazione della fine del Ramadan, onorata da gran parte degli scolari del comprensorio che è frequentato da una popolazione eterogenea e multietnica.

Chiunque abbia preso parte a un consiglio di istituto sa che tra le sedute più animate vi è quella in cui si deve decidere la distribuzione dei giorni di chiusura liberamente assegnati alla scelta delle scuole, in relazione a esigenze pratiche e contestuali che variano in ogni realtà. Solitamente questi giorni liberi vengono usati per creare ponti tra festività comandate e la discussione può accendersi tra chi preferisce un giorno di vacanza in più a margine di carnevale, Pasqua o tra venticinque aprile e primo maggio. Le valutazioni alla base di queste opzioni sono le più varie e non possono comunque prescindere dal presupposto che prevede il rispetto del tetto minimo di giorni di lezione, che deve essere in ogni caso garantito.

Nel caso di specie, come chiarito dalla dirigenza, la scelta della scuola lombarda è stata dettata da ragioni pratiche e dall’esigenza di razionalizzare l’attività scolastica compromessa di fatto dall’assenza massiccia della componente studentesca di religione musulmana. Tuttavia, vi è chi ha ravvisato nella circostanza una sorta di cedimento di fronte a tradizioni non riconducibili allo sfuggente concetto di “italianità”. Chiudere la scuola in occasione di una ricorrenza non cattolica rappresenterebbe insomma un tradimento della identità nazionale.

Devo ammettere che anche dopo un’attenta ricognizione dei principi e dei valori che esprimono lo spirito della Repubblica e sono raccolti ed esplicitati nella Carta costituzionale non mi è chiaro in che modo questa vacanza imposta contrasti con il patrimonio identitario italiano.

È stato forse violato il principio di laicità dello Stato? La libertà religiosa? Il pluralismo che riconosce a ogni persona il diritto di esprimere opinioni e attitudini nel rispetto altrui?

L’identità del popolo italiano che esercita la sovranità nel rispetto delle forme e dei limiti dettati dalla Costituzione Repubblicana affonda le radici nella cultura liberale che, dalle Rivoluzioni americana e francese in poi, riconosce e rivendica i principi di uguaglianza formale e sostanziale e i diritti civili che devono essere riconosciuti a tutti e tutte, a prescindere dal genere, provenienza etnica o sociale, nazionalità o religione.

La scuola pubblica, in quanto luogo di trasmissione di conoscenza, confronto, crescita e apprendimento nel senso più ampio è un fondamentale strumento costituzionale, manifestazione dello Stato sociale che si fonda su principi condivisi e non derogabili. L’istituto di Pioltello, forse più di tanti altri sul territorio nazionale, è crogiolo di culture, origini, voci, tradizioni e nel promuovere una integrazione basata sulla conoscenza reciproca favorisce l’inclusione risultando – come chiarito dal Presidente Mattarella – in linea con la missione costituzionale.

Chiudere una scuola per un giorno, nel rispetto dei requisiti della normativa vigente, riconoscendo una situazione di fatto (assenza di larga parte degli iscritti) che corrisponde al godimento di un diritto garantito dalla Costituzione (libertà di religione) non comporta nessuna abdicazione o rinuncia al patrimonio tradizionale e culturale che rimane personale, individuale prima che familiare o collettivo e che fino a prova contraria, in Italia, trova pieno riconoscimento e salvaguardia. Il resto è tempesta politica, scatenata in un bicchiere di sensibilità plurale e senso pratico, che niente ha a che fare con l’ideologia.

Carla Bassu, 27 marzo 2024

Combattere l’astensionismo per migliorare la democrazia

Le elezioni regionali sarde della scorsa domenica, 25 febbraio, suscitano ampi e diversi spunti di riflessione ma c’è un aspetto che, tra i tanti, reclama attenzione: la percentuale di persone che non è andata a votare. Quasi la metà dell’elettorato sardo non si è recato alle urne.

Nella democrazia italiana il voto assume le fattezze di un “dovere civico”, non un obbligo vero e proprio perché se così fosse l’astensione non giustificata comporterebbe una sanzione, come accade in Belgio o in Australia per esempio. Si tratta però di un comportamento fortemente raccomandato dall’ordinamento perché sulla partecipazione del popolo alla selezione dei propri rappresentanti si fonda la legittimazione dell’ordinamento istituzionale e del sistema democratico. In realtà il voto è soprattutto un diritto, conquistato con fatica e sangue dalle generazioni che ci hanno preceduto e che hanno lottato per ottenere il potere di contribuire con la propria scelta alla selezione della classe dirigente. Le elezioni, di qualunque ordine e grado, sono il momento di massima espressione del principio democratico e rappresentano la manifestazione plastica del potere che ciascuno ha di influenzare in parte minima ma non ininfluente la qualità e l’indirizzo delle nostre istituzioni. Votando scegliamo chi è chiamato, per un determinato periodo di tempo, a compiere in nostra vece decisioni che hanno un impatto sulla vita di tutti e tutte. Rinunciare al voto significa arrendersi al volere altrui.

La politica altro non è se non riflessione, gestione e decisione sui più diversi ambiti della cosa pubblica e ci riguarda nostro malgrado. Lasceremmo mai che nel condominio in cui viviamo i nostri vicini decidano senza interpellarci sugli spazi comuni? A tutti i livelli, in una realtà democratica, le decisioni sono prese secondo il principio di maggioranza ma la partecipazione deve essere garantita e le minoranze ascoltate e considerate.

Il dato ormai conclamato e tristemente crescente dell’astensionismo elettorale ci dice che molti non sono interessati alla partecipazione politica o, peggio, pensano che il proprio voto non sia davvero rilevante nella determinazione delle decisioni pubbliche. Si tratta di un grande fallimento per la democrazia che non deve essere accettato come un dato di fatto ma dovrebbe essere interpretato come un allarme potente. Alla base dell’astensionismo c’è sicuramente una forte delusione e disillusione, alimentata dalla incapacità dei partiti più e meno tradizionali di raccogliere e veicolare le esigenze della collettività, dando risposte efficaci. Per riportare le persone alle urne occorre intanto riconquistarne la fiducia con comportamenti virtuosi che mostrino l’interesse esclusivo e genuino per il bene comune. Trasparenza e democraticità nella vita interna dei partiti è un primo passo cui dovrebbe associarsi un’opera di sensibilizzazione e formazione civile sin dai primi anni di vita. Bisogna lavorare per dimostrare che la politica non è qualcosa di lontano o altro da noi ma ci riguarda direttamente e perciò dobbiamo rivendicare il nostro ruolo rispetto alle scelte collettive e pretendere un percorso politico lineare e pulito, ricordando il potere grande che risiede nella possibilità di negare il nostro voto a chi non si comporta bene o, semplicemente non ci piace o non ci piace più.

Tutt’atro discorso vale invece per coloro i quali vorrebbero ma non possono votare, perché per esempio costretti fuori sede nell’ impossibilita di sostenere i costi di un viaggio per tornare a casa. Queste persone devono essere messe nelle condizioni di godere del diritto di elettorato attivo e le istituzioni hanno il dovere di agire per rimuovere gli ostacoli che impediscono l’esercizio di una prerogativa fondamentale, lo dice la Costituzione.

 

Carla Bassu, 28 febbraio 2024

Leadership carismatiche e sindrome del follower

Il 2024 sarà un anno elettorale: in Italia e nel mondo milioni di persone saranno chiamate a esprimersi per legittimare organi monocratici e collegiali, con funzioni e poteri differenti, secondo le più varie modalità.

Ogni voto depositato liberamente e scientemente in un’urna elettorale è una coccola per un ordinamento democratico, che trova nella sovranità popolare e nel principio di maggioranza legittimazione e regola di azione.

Tuttavia, la vita democratica non si esaurisce certo nel momento elettorale: l’elezione dei soggetti titolari del potere pubblico è uno degli elementi caratterizzanti la democrazia ma di per sé non esaurisce affatto la categoria complessa e sfaccettata di un sistema democratico, che si fonda anche sul rispetto delle minoranze, sulla separazione dei poteri e sulla garanzia dei diritti e delle libertà.

In particolare, in questi tempi in cui si discute di elezioni presidenziali (USA) e di prospettive di premierato (Italia) occorre specificare che democrazia ed elezione diretta non sono la stessa cosa e che non necessariamente la scelta popolare del/la leader è sufficiente a valorizzare il principio democratico. L’elezione diretta della premiership premia il carisma del/la candidato/a; chi conquista il voto popolare, spesso anche oltre gli orientamenti o le ideologie individuali (come dimostrano i casi di governi divisi o coabitazioni nei sistemi presidenziali o semipresidenziali) è il/la leader carismatico/a, capace di attirare, affascinare, ipnotizzare, conquistare le folle. Ebbene, nel nostro Paese, con un panorama politico e partitico strutturalmente frammentato e in questa fase particolarmente polarizzato, a mio parere, il carisma non è la caratteristica più importante in una figura istituzionale chiamata a determinare l’indirizzo politico e rappresentare la locomotiva del governo. Il carisma è evidentemente necessario e determinante ma ci sono altre capacità che sono essenziali in un leader di governo (abilità di mediazione, visione, conciliazione e competenza politica) e che rischiano di essere trascurate o non sufficientemente fatte risaltare con una elezione diretta. Occorrebbe legittimare una maggioranza capace di esprimere una guida affidabile, non eleggere un capo, a prescindere.

Ma per disinnescare l’effetto plebiscitario e scongiurare sindrome del follower che trova humus favorevole in una cittadinanza delusa e disillusa dalla politica intesa come “kasta”, bisogna instaurare un nuovo legame di fiducia tra governati e governanti e investire sui luoghi di incontro e intermediazione delle istanze individuali e pubbliche. Qui entrano in gioco i partiti, creature che negli anni hanno lavorato molto per perdere credibilità e deludere l’elettorato, che ha progressivamente e inesorabilmente penso fiducia. E’ importante restituire dignità ai mediatori del messaggio politico, percepiti diffusamente come luoghi, di gestione del potere fine a sé stesso, di negoziazioni non trasparenti, di “amichettismi” utili per ottenere favori e distribuire poltrone. Occorre ricordare alle persone la vera vocazione dei partiti che sono veicoli di democrazia, previsti dalla Costituzione e indispensabili nella loro funzione di intermediazione e traduzione delle istanze collettive, a maggior ragione in questi tempi di populismo e disintermediazione mediatica. La credibilità dei partiti però può essere riconquistata solo con una assunzione di responsabilità che porti alla introduzione di regole rigorose di trasparenza e democrazia interna che allontanino l’allure clientelare. Una legge, dunque, che finalmente dia attuazione all’art. 49 della Costituzione e nell’attesa codici rigidi di autoregolamentazione su base volontaria che disciplinino in senso democratico la vita interna dei partiti con attenzione alla parità di genere.

Un sistema politico caratterizzato da partiti impegnati a raccogliere e veicolare le esigenze delle persone e di formare classe dirigente competente e capace di creare un legame di affidamento autentico con la comunità, lontano da ogni dinamica clientelare è la base di una democrazia matura. In un contesto simile il/la leader carismatico/a è un plusvalore e non un’unica figura su cui si concentrano le speranze dell’elettorato e i poteri utili a salvare la patria.

Beato il Paese che non ha bisogno di leader carismatici.

Carla Bassu, 30 gennaio 2024