La Costituzione prêt-à-porter

Pensieri su diritti, istituzioni e vita quotidiana 

 

Chi sono 

Carla Bassu, sassarese, studio e insegno il diritto pubblico comparato. Figlia, sorella, moglie e mamma orgogliosa, inseparabile dal fedele Fiji. Sportiva praticante, credo nel valore dello sport come terreno di miglioramento e sana competizione con sé stessi, prima che con gli altri. Globe-trotter precoce e lettrice vorace, conservo e coltivo la curiosità dell’infanzia. Militante delle libertà fondamentali e appassionata sostenitrice delle battaglie per le pari opportunità, aspiro a crescere mia figlia libera dagli stereotipi e consapevole che tutto si può fare.



Leadership carismatiche e sindrome del follower

Il 2024 sarà un anno elettorale: in Italia e nel mondo milioni di persone saranno chiamate a esprimersi per legittimare organi monocratici e collegiali, con funzioni e poteri differenti, secondo le più varie modalità.

Ogni voto depositato liberamente e scientemente in un’urna elettorale è una coccola per un ordinamento democratico, che trova nella sovranità popolare e nel principio di maggioranza legittimazione e regola di azione.

Tuttavia, la vita democratica non si esaurisce certo nel momento elettorale: l’elezione dei soggetti titolari del potere pubblico è uno degli elementi caratterizzanti la democrazia ma di per sé non esaurisce affatto la categoria complessa e sfaccettata di un sistema democratico, che si fonda anche sul rispetto delle minoranze, sulla separazione dei poteri e sulla garanzia dei diritti e delle libertà.

In particolare, in questi tempi in cui si discute di elezioni presidenziali (USA) e di prospettive di premierato (Italia) occorre specificare che democrazia ed elezione diretta non sono la stessa cosa e che non necessariamente la scelta popolare del/la leader è sufficiente a valorizzare il principio democratico. L’elezione diretta della premiership premia il carisma del/la candidato/a; chi conquista il voto popolare, spesso anche oltre gli orientamenti o le ideologie individuali (come dimostrano i casi di governi divisi o coabitazioni nei sistemi presidenziali o semipresidenziali) è il/la leader carismatico/a, capace di attirare, affascinare, ipnotizzare, conquistare le folle. Ebbene, nel nostro Paese, con un panorama politico e partitico strutturalmente frammentato e in questa fase particolarmente polarizzato, a mio parere, il carisma non è la caratteristica più importante in una figura istituzionale chiamata a determinare l’indirizzo politico e rappresentare la locomotiva del governo. Il carisma è evidentemente necessario e determinante ma ci sono altre capacità che sono essenziali in un leader di governo (abilità di mediazione, visione, conciliazione e competenza politica) e che rischiano di essere trascurate o non sufficientemente fatte risaltare con una elezione diretta. Occorrebbe legittimare una maggioranza capace di esprimere una guida affidabile, non eleggere un capo, a prescindere.

Ma per disinnescare l’effetto plebiscitario e scongiurare sindrome del follower che trova humus favorevole in una cittadinanza delusa e disillusa dalla politica intesa come “kasta”, bisogna instaurare un nuovo legame di fiducia tra governati e governanti e investire sui luoghi di incontro e intermediazione delle istanze individuali e pubbliche. Qui entrano in gioco i partiti, creature che negli anni hanno lavorato molto per perdere credibilità e deludere l’elettorato, che ha progressivamente e inesorabilmente penso fiducia. E’ importante restituire dignità ai mediatori del messaggio politico, percepiti diffusamente come luoghi, di gestione del potere fine a sé stesso, di negoziazioni non trasparenti, di “amichettismi” utili per ottenere favori e distribuire poltrone. Occorre ricordare alle persone la vera vocazione dei partiti che sono veicoli di democrazia, previsti dalla Costituzione e indispensabili nella loro funzione di intermediazione e traduzione delle istanze collettive, a maggior ragione in questi tempi di populismo e disintermediazione mediatica. La credibilità dei partiti però può essere riconquistata solo con una assunzione di responsabilità che porti alla introduzione di regole rigorose di trasparenza e democrazia interna che allontanino l’allure clientelare. Una legge, dunque, che finalmente dia attuazione all’art. 49 della Costituzione e nell’attesa codici rigidi di autoregolamentazione su base volontaria che disciplinino in senso democratico la vita interna dei partiti con attenzione alla parità di genere.

Un sistema politico caratterizzato da partiti impegnati a raccogliere e veicolare le esigenze delle persone e di formare classe dirigente competente e capace di creare un legame di affidamento autentico con la comunità, lontano da ogni dinamica clientelare è la base di una democrazia matura. In un contesto simile il/la leader carismatico/a è un plusvalore e non un’unica figura su cui si concentrano le speranze dell’elettorato e i poteri utili a salvare la patria.

Beato il Paese che non ha bisogno di leader carismatici.

Carla Bassu, 30 gennaio 2024 

Riforma costituzionale: due proposte, tante contraddizioni

1.In premessa e a presupposto della riflessione che segue segnalo che condivido i presupposti e gli obiettivi dichiarati dalle proposte di riforma costituzionale (ddl.  935 e 830, rispettivamente di iniziativa governativa e del senatore Renzi) entrambe orientate a promuovere governi di legislatura.

È innegabile che la macchina istituzionale italiana sia inceppata e che questo comporti un impatto negativo sul processo decisionale, ma anche sulla competitività generale del paese sotto il profilo geopolitico, economico e sul piano internazionale. Con riguardo alla forma di governo, da almeno quaranta anni si discute di modificare il sistema per introdurre i meccanismi di razionalizzazione auspicati già in sede costituente. Le proposte di riforma che si sono succedute nel tempo sono sostanzialmente allineate rispetto alla esigenza di una razionalizzazione dei rapporti tra Governo e Parlamento e un rafforzamento del ramo esecutivo, ritenuto funzionale alla realizzazione di obiettivi di stabilità e governabilità.

Da parte mia nessun dubbio sulla necessità di intervenire con misure mirate che tengano conto non solo del dettato formale della regola che si intente introdurre, né del messaggio che si invia all’elettorato tramite la comunicazione o la “narrazione” della innovazione, quanto dell’impatto effettivo della nuova cornice costituzionale, che è influenzato in misura determinante dalle circostanze di contesto, dalla cultura istituzionale, dalla dinamica politica: tutti fattori solo parzialmente prevedibili che – a fronte della inevitabile imperscrutabilità – richiederebbero un sistema flessibile e adattabile alle diverse situazioni che l’esperienza – italiana ma non solo – dimostra si potrebbero verificare. Stabilire regole rigide che ingabbino il sistema per evitare che si verifichino manifestazioni patologiche che ben abbiamo presente (dalla instabilità, al transfughismo, alla estrema fluidità delle maggioranze) rischia di rivelarsi controproducente perché le regole rigide si adattano a situazioni precise e predefinite, mentre la realtà – e la storia dei nostri 68 governi in 75 anni di Repubblica lo dimostra – spesso ci sorprende.

 

2. Nello specifico, nei disegni di legge ora all’esame del Senato si individua nell’elezione diretta l’elemento di stabilizzazione e valorizzazione del principio democratico e della rivalutazione del potere di scelta del popolo ma a mio parere questo è messo in discussione:

A)   dal contesto politico che contraddistingue la realtà italiana;

B)   da alcune misure introdotte in particolare dal ddl governativo, che in certi aspetti pare contraddittorio rispetto alle finalità perseguite.

 

A).Con riguardo al primo profilo, di Costituzione materiale, l’elezione diretta del capo dell’esecutivo promuove stabilità e dunque governabilità solo nelle società politicamente pacificate, con sistemi solidamente e radicatamente bipolari o proprio bipartitici, come accade per esempio in UK dove l’elemento di equilibrio e razionalizzazione è rappresentato dalla presenza (nei fatti, non ottenuta con l’imposizione di regole formali) di partiti forti che conservano nella sostanza l’affidamento dell’elettorato, dato che ha consentito negli ultimi mesi l’avvicendamento di tre guide diverse a capo del governo britannico, tramite un meccanismo tutto interno al partito di maggioranza; ma questo è proprio quello che si intende evitare con questa riforma, volta dichiaratamente a restituire il potere decisionale al popolo per sottrarlo ai partiti e alle mosse di palazzo.

Ebbene, in scenari politici conflittuali e polarizzati come il nostro, dove anche all’interno delle coalizioni di maggioranza e opposizione non c’è pieno allineamento politico e ideologico, l’elezione diretta si dimostra divisiva, non pacificatrice, e si presta a esacerbare più che quietare là conflittualità.

 

B.) Elementi in contraddizione rispetto agli obiettivi derivano poi da due innovazioni proposte nel ddl 935 e riguardano specificamente: - la norma “anti ribaltone” e il premio di maggioranza senza soglia introdotto in Costituzione.

- La norma cosiddetta antiribaltone introdotta dal ddl di iniziativa governativa, depotenzia fino ad annullare l’effetto “stabilizzatore” della elezione diretta, visto che toglie lo scettro del potere all’elettorato per restituirlo ai partiti (cosa che invece si aspira più di tutto a evitare), che possono accordarsi per sostituirlo e annichilire dunque la volontà popolare a favore di quella delle forze di maggioranza.

- Come segnalato (punto A.), affinché l’elezione diretta del premier garantisca risultati non solo nominali in termini di promozione di stabilità effettiva e di una sostanziale continuità di indirizzo politico occorre un sistema politico fondato su pochi e solidi partiti e su coalizioni coese che godano di un sostegno forte e radicato nell’elettorato. Secondo il ddl. 935 questo risultato dovrebbe essere garantito dal premio di maggioranza molto alto assegnato per prescrizione costituzionale (altro aspetto di criticità), ma anche questo si presta a distorcere la volontà popolare e a creare potenzialmente una maggioranza artificiosa, grazie a un premio senza soglia – in serio odore di incostituzionalità sulla base dell’orientamento della giustizia costituzionale in materia – che si presta a formare maggioranze non necessariamente corrispondenti alla posizione effettiva dell’elettorato, con un vulnus al principio di rappresentatività. Naturalmente questo aspetto può essere corretto con l’introduzione di una soglia ma, in generale, non inserirei riferimenti espliciti nel testo costituzionale, preferendo intervenire in sede di legge elettorale con una formula che non comprometta la rappresentatività del sistema pur promuovendo il principio maggioritario.

 

3. Vi sono ulteriori aspetti di criticità, a partire dall’impatto sulla sfera delle prerogative presidenziali, inevitabile anche nel ddl 935 in cui le funzioni del Capo dello Stato non vengono modificate formalmente. In realtà, in entrambi i casi, la figura del Presidente della Repubblica verrebbe ridimensionata nel suo ruolo di garanzia, dimostratosi prezioso nei, non rari, momenti di crisi. Di fronte a un premier eletto il Pdr perderebbe la funzione di mediatore, arbitro, motore di riserva pronto a estendere la fisarmonica nei momenti di impasse politica per ritrovarsi mero notaio e ratificatore, ridotto a simbolo, cosa che oggi non avviene grazie all’articolazione flessibile di prerogative maturate in via di convenzioni e prassi costituzionali.

Trovo contraddittoria la previsione della fiducia che il premier eletto dovrebbe chiedere al Parlamento e che dovrebbe essere espressa nei confronti dell’intero governo: elezione e fiducia iniziale sono percorsi di legittimazione paralleli, diversi, che non ha senso sommare.

Nel ddl. 935 alla elezione diretta non corrisponde un consolidamento della posizione di forza del premier – che resta peraltro Presidente del Consiglio - in termini di aumento delle prerogative come: la fiducia diretta alla sua figura istituzionale e non all’intero organo collegiale di governo; la possibilità di revocare i ministri e di chiedere al Presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle camere.

L’elezione diretta, da sola è una misura inefficace rispetto all’obiettivo di stabilizzazione ed è associata alla possibilità di sostituzione del Presidente del Consiglio eletto per opera della maggioranza, sebbene nel perimetro della stessa compagine con la scelta di un parlamentare. Questo si presta a sminuire il voto popolare e innesca un alto tasso di conflittualità interno alla maggioranza che smentisce nei fatti le finalità dichiarate di stabilità.

 

4. In sintesi, non è efficace rispondere con regole costituzionali a problemi di natura politica che nascono e si sviluppano a prescindere dalle norme formali. Occorre invece coltivare e promuovere processi virtuosi che riportino le persone al centro del circuito politico in modo sostanziale, grazie a una partecipazione costante e consapevole alle dinamiche decisionali, non soltanto con una scelta elettorale rivolta a una persona ogni cinque anni.

Avendo chiaro questo obiettivo è possibile intervenire con misure che promuovano la stabilità tenendo conto della realtà, preservando l’equilibrio degli organi costituzionali e incidendo sulla figura guida dell’esecutivo senza necessariamente modificarne il sistema di legittimazione indiretta. In particolare, dovrebbe essere dedicata massima attenzione all’impatto effettivo di norme che formulate in teoria con una determinata finalità, per ragioni di contesto, ottengono in concreto effetti ben diversi rispetto a quelli auspicati.

Carla Bassu, 12 dicembre 2023

 

*Il testo riproduce i contenuti dell’audizione tenuta di fronte alla I Commissione Affari Costituzionali del Senato della Repubblica, il 5 dicembre 2023

La violenza contro le donne comincia ben prima di uno schiaffo. L’orgoglio della parità come antidoto agli abusi di genere

L’ennesimo episodio di violenza ai danni di una donna maturato nell’ambito di legami preesistenti dimostra che un inasprimento delle misure penali è insufficiente, serve agire con capillarità e rigore in via preventiva. Urge educare al rispetto e alla parità sin dalla primissima infanzia; stigmatizzare non solo i comportamenti violenti ma anche quelli paternalisti e apparentemente accudenti che nascondono invece volontà di controllo e prevaricazione. Le donne sono persone: non creature fragili da proteggere, non esseri eterei, non porcellane da rimirare ma esseri umani con caratteristiche e talenti che hanno diritto di esprimere al meglio, realizzandosi come individui e non in funzione di qualcun altro.

La violenza di genere è l’espressione cruenta di una guerra trasversale che miete quotidianamente vittime diverse per provenienza geografica e culturale, storia e attitudini ma accomunate dall’essere donna. Le molteplici forme di sopruso che gli esseri umani di sesso femminile subiscono nelle fasi della loro vita secondo una gradazione che va dal paternalismo, alla discriminazione, alla molestia fino all’abuso fisico sono espressione di una visione del mondo ancorata alla concezione arcaica, ma resistente anche nel subconscio, per cui le donne possono essere punite ove non rispondano allo stereotipo remissivo che le vuole compiacenti e subordinate. L’elemento di base che occorre tenere a mente per affrontare il tema della violenza di genere è l’iconografia standardizzata della figura femminile dedita a determinate mansioni e sostanzialmente funzionale al benessere della famiglia che a lungo, anche nelle democrazie occidentali, è stata avvalorata anche dalla dimensione giuridica. Basti pensare al caso italiano: qui per molto tempo nell’immaginario collettivo la figura della donna ideale è stata associata all’angelo del focolare e questa immagine non veniva stigmatizzata bensì avvalorata da una normativa che rifletteva la previsione di gerarchia di genere nell’ambito della famiglia e della società. Per molto tempo, nell’Italia repubblicana, il principio di eguaglianza è stato contemperato con il fine dell’unità familiare, sull’altare del quale è stato immolato. Sebbene la Costituzione del 1948 dedichi ampio spazio alla questione femminile (artt. 3; 29.2; art. 31.2; 37; 48; 51), fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, la prevalenza giuridica della posizione dell’uomo si manifestava nei tre principali ambiti della vita familiare: rapporti tra coniugi; rapporti patrimoniali e rapporti con i figli. La donna seguiva infatti la condizione civile del “capofamiglia”, ne assumeva il cognome, era tenuta a seguirlo ovunque egli ritenesse opportuno fissare la residenza ed era soggetta al dovere di coabitazione. Il marito era gestore e responsabile del patrimonio familiare e godeva di un regime sanzionatorio privilegiato in caso di adulterio. La patria potestà era formalmente affidata a entrambi i coniugi ma esercitata in via prioritaria dal padre, sostituibile dalla madre solo in caso di assenza o altro impedimento. Come corrispettivo per questi doveri di sottomissione alla volontà del marito, la donna aveva il diritto a essere mantenuta e protetta. Il nuovo diritto di famiglia muta l’impianto codicistico, affermando il principio secondo cui – per effetto del matrimonio – i coniugi acquistano gli stessi diritti e assumono gli stessi doveri. Scompare anche ogni riferimento alla patria potestà che però resta un concetto radicato nella mentalità comune. Questo gap profondo tra disciplina giuridica testuale e percezione reale ancora non è stato colmato. Presupposto per rispondere in maniera efficace alla violenza è una presa di coscienza, una assunzione di responsabilità da parte dell’ordinamento e un impegno concreto a trasformare la lettera della legge in misure effettive. Ancora in troppi ritengono che una donna debba essere comprensiva e paziente a prescindere, disposta a rinunciare alla volontà e alla libertà per compiacere o andare incontro al benessere del compagno, dei genitori, dei figli. Ma chi ci ama vuole il meglio per noi e non si sente sminuito bensì valorizzato nell’avere accanto una donna libera, forte, emancipata, alla pari.

La violenza di genere comincia prima di uno schiaffo e va ben oltre il maltrattamento fisico, nasce negli stereotipi profondamente radicati e ancora accettati che vogliono, in una coppia, l’uomo almeno un po’ più forte, più grande, più in carriera, più solido economicamente rispetto alla donna. Ma l’amore non è competizione, tantomeno sopraffazione, l’amore è complementarietà tra esseri umani che prima di tutto si rispettano.

Carla Bassu, 22 novembre 2023 

Articolo pubblicato su La Nuova Sardegna il 21 novembre 

Israele, Palestina, terrorismo e democrazia. L’impatto della tragedia di Gaza sulle libertà costituzionali

Dal brutale attacco di Hamas del 7 ottobre scorso cui è seguita la violentissima reazione israeliana, molte piazze in tutto il mondo si sono riempite di manifestazioni filo-palestinesi che in Francia sono state vietate per pericolo di incitamento all’odio, mentre la Germania ha annunciato espulsioni rapide e stop alle naturalizzazioni per stranieri che hanno espresso sostegno all’organizzazione terroristica palestinese.

Ecco il terrorismo che fa il suo mestiere, esercitando pressione sulle democrazie per costringerle a comprimere fino a negare i pilastri su cui si fonda, a partire dalla garanzia delle libertà individuali.

Il bilanciamento tra tutela dei diritti individuali ed esigenze di sicurezza rappresenta un obiettivo primario per gli ordinamenti democratici, che sono chiamati a rispondere alle minacce del terrorismo senza compromettere il regime di libertà costituzionalmente garantite. È una sfida impegnativa anche perché si manifesta in uno scontro impari, dal momento che gli ordinamenti democratici, nel configurare lo strumentario finalizzato al contrasto del terrorismo, devono prestare attenzione a non ledere gli architravi della struttura costituzionale rappresentati dai diritti individuali. Le libertà fondamentali sono messe sotto pressione nella dinamica delle priorità di una democrazia che deve riuscire nella missione di assicurare la pubblica sicurezza nel rispetto delle prerogative dei singoli.

Il punto di equilibrio tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti si presenta come lo Shangri La del costituzionalismo almeno da quando, con gli attacchi dell’11 settembre 2001, il terrorismo internazionale ha frantumato il senso di inviolabilità del governo e del popolo americano, facendo nel contempo irruzione negli incubi di chiunque aderisca al modello di civiltà occidentale. Missione compiuta dunque per i terroristi, che hanno avuto successo nel loro obiettivo di seminare il panico e, in una escalation di attentati che purtroppo non ha visto finora soluzione di continuità, fino alle vicende drammatiche di questi giorni, hanno costretto gli ordinamenti ad adottare misure incidenti in senso restrittivo sulle libertà individuali.

Nel contesto della lotta al terrorismo, il contrasto alla diffusione di contenuti che istigano alla violenza assume una valenza particolare e spinge a riflettere sulla possibilità di porre limiti alla libertà di manifestazione del pensiero, giustificati dalla necessità di preservare la sicurezza pubblica.

Nello strumentario di cui le democrazie si sono dotate per combattere i fenomeni di matrice terroristica rilevano misure che incidono sul regime di libertà di espressione, nel caso in cui vengano espressi messaggi d’odio o divulgati materiali terroristici. Quale è il confine tra legittima manifestazione del proprio pensiero e diffusione di contenuti più che offensivi eversivi e potenzialmente pericolosi per la pubblica sicurezza?

L’obiettivo è bilanciare attentamente gli interessi coinvolti, perseguendo la sicurezza collettiva senza incidere sulle libertà che rappresentano il cuore pulsante e il tesoro del costituzionalismo moderno. È un fine oltremodo ambizioso e difficilissimo perché, tra gli altri, incombe il pericolo della strumentalizzazione. Il rischio è che con lo scopo dichiarato di proteggere dal terrorismo si regolino situazioni politiche delicatissime ma non emergenziali, bensì strutturali per le società contemporanee, come la questione migratoria, che merita una riflessione mirata.

Carla Bassu, 27 ottobre 2023

Lobbismo e democrazia

La rappresentanza di interessi plurali nei circuiti decisionali è un aspetto fisiologico della democrazia. Stabilire riferimenti chiari per regolare il dialogo tra portatori di interessi privati e decisore pubblico è un modo per potenziare il circuito democratico che purtroppo al momento è a rischio di impasse. Tra le ragioni della crisi profonda in cui versa la fiducia nelle istituzioni e, più in generale, nella democrazia, vi è anche l’assenza di trasparenza nella dinamica dei rapporti tra privati e pubblico.

Il punto di partenza per una riflessione in materia di lobbying è che la rappresentanza di interessi è un fenomeno più che legittimo e fisiologico nell’ambito di un ordinamento democratico, in cui il decisore pubblico deve essere in condizioni di conoscere e tenere conto delle esigenze specifiche della molteplicità di categorie che necessariamente compongono il quadro di un ordinamento pluralista.

La parola chiave attorno alla quale dovrebbe costruirsi l’impianto di regole per la rappresentanza di interessi è trasparenza.

Nel formulare una normativa di settore occorre riflettere su quale modello si ritiene più adatto alla specificità italiana e più utile a soddisfare le esigenze degli attori presenti nel nostro Paese e nel pensare a un modello da importare, in toto o in parte, o anche da creare ex novo non si può trascurare il dato culturale e di cultura costituzionale che inevitabilmente influenza il funzionamento del sistema segnandone l’efficacia o meno.

Occorre una normativa essenziale, basata su un sistema premiale che imponga la trasparenza ma definisca nel contempo un sistema di incentivi che valorizzi l’emersione delle relazioni tra privati e pubblico le quali, si ribadisce, sono legittime e funzionali al buon andamento della democrazia. Investire dunque su una logica premiale ed equilibrata rispetto agli oneri e agli obblighi imposti ai portatori di interessi privati e ai titolari di incarichi pubblici. Sarebbe un approccio in controtendenza rispetto a quello attuale impostato su una chiave sostanzialmente sanzionatoria. Il sistema italiano attualmente prevede infatti regole dedicate alla fase patologica della pressione indebita esercitata dai privati sul processo di decisione pubblica.

Questo porta erroneamente a distorcere il concetto di lobbying portando a identificarlo con un fenomeno patologico, con un processo di generalizzazione ingiusto. Sarebbe bene chiarire la fattispecie della rappresentanza di interessi in senso positivo, nella sua dimensione fisiologica di strumentalità rispetto alla efficacia del meccanismo democratico.

La scelta più opportuna è dunque una normativa lineare, incentrata sulla trasparenza che si accompagni però con una campagna di comunicazione che metta in luce il valore che l’attività di lobbying esercita nell’interesse collettivo, non solo rispetto a esigenze private. Affinché sia possibile cogliere e apprezzare il valore di utilità generale che l’attività di lobbying esercita nel contesto democratico è indispensabile che l’azione di rappresentanza di interessi sia resa limpida e aperta, con regole chiare e stringenti.  Sarebbe necessaria una vera e propria campagna di educazione alla trasparenza.